E se non parlassimo più di mascolinità tossica?

Gioleppo
5 min readOct 26, 2020

Mi rendo conto che questo è un tema controverso. In passato ho già detto che raramente mi espongo su questi temi ma oggi faccio un’eccezione perché credo di poter dare un piccolo ma interessante contributo. Cercherò di essere delicato ma so che potrei inimicarmi molte simpatie per quello che scrivo, per questo partirò mollando la bomba.

Uno dei problemi del femminismo degli ultimi anni è la sua retorica. Faccio un passo indietro. Mi rendo conto che parlare genericamente di femminismo è a volte insensato perché è una parola che comprende un movimento in continua discussione e rinnovamento, con correnti interne che spesso si contrappongono e contraddicono, per questo ha senso restringere il campo. Quello che dico sicuramente non vale per il femminismo accademico, che vive in un circuito circoscritto e che gioca secondo regole ben definite e condivise dalle comunità accademiche in generale.

C’è tuttavia un femminismo più pop, quello che cerca di fare divulgazione e attivismo e che invece ha un modo di porsi che ha avuto tra i suoi demeriti quello di allontanare tutta una parte dell’opinione pubblica. Oltre all’arroganza e il modo supponente di rivolgersi proprio a coloro che dovrebbero invece essere convinti a unirsi alla causa, ha il problema della degenerazione retorica. Con degenerazione retorica intendo sia una serie di argomentazioni portate inconsapevolmente all’assurdo (si pensi al fuoco di paglia che è la questione manspreading) o più tristemente a un completo stravolgimento di alcuni concetti che appaiono spesso nei vari mantra. Questo è il caso del concetto di patrariarcato un concetto complesso e sicuramente dirompente nel momento dalla sua nascita ma che nella divulgazione più pop contemporanea si è ormai ridotto a un concetto astratto e vago dal retrogusto complottista a cui attribuire la causa di ogni male in assenza di vere argomentazioni.

Questo problema, che è causa e conseguenza della polarizzazione sulle questioni sociali negli ultimi anni, ha respinto una fetta non trascurabile di uomini che potrebbero essere dei potenti alleati alla causa e che, soprattutto, trarrebbero essi stessi vantaggio non tanto dalle singole battaglie femministe ma da una società più equa e scevra da ruoli di genere imposti. Se si unisce anche il problema dell’appropriazione delle battaglie femminista da parte di molte aziende per mere questione di marketing, è facile comprendere come e perché molti uomini si sentano traditi dal femminismo dalla terza onda in poi.

La copertina della pagina Facebook “Not Toxic Masculinity” riassume bene il problema

Alcune delle risposte a questo problema sono state la creazione dei movimenti MRA (Men’s right activist) aggiungendosi a una complessa serie di etichette che si contrappongono al femminismo per svariati motivi (citando per esempio i WRA ovvero women’s right acrivist). Parlando nello specifico del caso italiano, i movimenti MRA, antisessisti e simili sono un fenomeno del tutto marginale ma come sempre riemergono le stesse tendenze internazionali. Negli ultimi due anni si è ricominciato a parlare più apertamente di uomini, dei loro problemi e di mascolinità.

Post della pagina “Ti prego Karen sono anche i miei ruoli di genere” nata dopo l’esposizione di Crepaldi.

È impossibile non citare Marco Crepaldi, attivista noto per aver fondato Hikkikomori Italia e più recentemente noto per le sue tesi sulle questioni maschili. Per quanto mi trovi molto spesso in disaccordo con le sue posizioni devo ammettere di provare una certa stima per il suo coraggio nell’esporsi come ha fatto, facendo da apripista per un certo tipo di dibattito. Uno dei suoi meriti è stato parlare in modo esplicito del fatto che il femminismo è fatto sia da persone consapevoli di ciò per cui lottano, sia di altre persone che si limitano a seguire i vari trend, quelli imposti dai vari brand di turno (accanendosi in particolare contro Freeda). È in questa categoria che ricadono quegli attivisti a cui anche io rivolgevo il mio appello qualche mese fa.

Uno degli errori che viene commesso in quella frangia di attivisti è quella di tradurre in modo sterile i vari concetti del femminismo, il più delle volte solo quando sono diventati popolari nella loro versione degenerata. È il caso del concetto di mascolinità tossica che nella sua accezione originale sarebbe tutta quella serie di aspetti degli stereotipi di genere maschile che hanno un cattivo effetto sull’individuo e sulla società. Esempi di mascolinità tossica sono nell’insegnare agli uomini a non piangere, o più in generale di reprimere le emozioni o in generale di “non fare la femminuccia”.

Illustrazione gentilmente rubata di Rodsa Ghosh

Il fatto è che tradurre semplicemente toxic masculinity con mascolinità tossica, anche se concettualmente corretto si espone agli stessi rischi di degenerazione del concetto. Le critiche alla diffusione dell’espressione, arrivano anche dall’interno del movimento femminista. Alcuni sostengono che la tossicità dei ruoli di genere non sia esclusiva degli uomini; io sostengo più in generale che parlare di mascolinità tossica lasci intendere che sia la mascolinità stessa a essere tossica e va corretta in quanto tale. Questa interpretazione può essere impugnata dai conservatori con le classiche argomentazioni di un femminismo che vuole femminilizzare i maschi per renderli più deboli o semplicemente inimicare chi non ha avuto modo di approfondire il concetto o vive periodi di dubbi legati al proprio percorso comportamentale.

Accade, tuttavia, che esista già un concetto che meglio traduca il quello di toxic masculinity e che sia in uso (in determinate nicchie, come ogni neologismo) ed è la parola bomberismo. La parola nasce dall’abuso dell’aggettivo bomber, originariamente usata solo per descrivere i migliori calciatori, successivamente traslato al di fuori di quel contesto, soprattutto tra i tifosi, come complimento per comportamenti o gesti eclatanti e virili. Il termine bomberismo si riferisce quindi a quei comportamenti per i quali si può ricevere l’etichetta di bomber, che finiscono per coincidere proprio con quelli condannati dalla toxic masculinity. I vantaggi di questo termine sono fondamentalmente due: il primo è che si usa un termine già esistente non prerogativa degli ambienti femministi, facile e intuitiva, accessibile a tutti; il secondo è che il bomberismo viene utilizzato anche per descrivere quelle donne che emulano gli aspetti peggiori della virilità, proprio per compiacere gli uomini. In più anche la parola “mascolinità” risulta una pigra traduzione, che potrebbe essere sostituita da virilità, che si sposa meglio all’Italiano in uso.

In conclusione, credo che parlare di bomberismo, piuttosto che di mascolinità non sia solo meno naïf ma anche più efficace. Ripetere le cose così come le dicono gli anglofoni, non è il modo migliore per farsi comprendere dagli italiani e questo ne è un chiaro esempio.

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